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( MEDIO ORIENTE )


GLI ERRORI DEGLI ARABI
di Mehdi Ayari
(in "Realites", settimanale tunisino del 12 ottobre 2000)

Dopo mesi d'attesa, punteggiata da timide speranze - ma sostenuta da una volontà di tener testa ai fatti - di disillusione, poi di ritorno all'ottimismo, la situazione in Palestina ha conosciuto un'accelerazione rapida ed è ancora una volta Israele a rendersi responsabile, senza misurarne le conseguenze, che da ciò, forse, verrà il rinnovamento della Resistenza.

In effetti, la visita di Sharon a Gerusalemme è all'origine di questa nuova situazione in Palestina e nel mondo arabo. La strage provocata dall'esercito israeliano, il numero delle vittime, l'immagine del piccolo Rami, assassinato a sangue freddo e anche quelle di altri bambini-martiri, hanno provato, ancora una volta, che Israele resta ciò che è sempre stato, uno Stato razzista, che conosce solo la legge della forza.

Questa realtà, molto evidente, è stata misconosciuta, da lungo tempo, dalla Direzione palestinese e dalla maggioranza dei paesi arabi. Dopo gli accordi di Camp David e la normalizzazione fra Israele e il più grande dei paesi arabi, l'Egitto, poi con la Giordania, i contatti con i palestinesi, non più considerati terroristi, gli accordi di Oslo, i sionisti e i loro amici dei paesi occidentali hanno costruito un'altra immagine d'Israele, evidentemente falsa, ma che purtroppo ha fatto presa in certi ambienti politici arabi.

Si sperava nella vittoria delle colombe sui falchi, si gioiva del ritorno dei laburisti al potere e si occultava la dimensione essenziale dello Stato d'Israele sui cui poggia la sua politica, malgrado i camuffamenti, l'espressione di un dogma: quello del Sionismo. S'incensava Isaac Rabin, dimenticando il suo passato e che, se aveva fatto qualche concessione in fin dei conti utile al suo paese, era perché costretto dagli effetti dell'intifada.

In questo passaggio si verificò uno degli errori dei palestinesi e degli arabi che fu utilizzato da Israele e dai suoi alleati americani. Stabilendo dei rapporti con i paesi arabi, in maniera separata, e trascinando i negoziati per giungere ad un accordo parziale, Israele divenne il padrone del gioco. Psicologicamente, Yasser Arafat e taluni dirigenti arabi si sono ritrovati ingabbiati dentro un circolo vizioso: volevano giungere costi quel che costi alla pace e dovevano, per questo, corrispondere alle condizioni israeliane e fare sempre nuove concessioni.

Questa situazione faceva il gioco di Tel Aviv e avrebbe portato, se fosse continuata, a un'egemonia israeliana su tutta la regione. Da questo condizionamento psicologico, che poggiava su pressioni politiche ed economiche americane, Israele poteva fare passare tutto ciò che voleva. Ciò che succede in Palestina e negli altri paesi arabi è una reazione, che sarà seguita da altre, ad anni di ritirate, di concessioni e di compromessi.

Yasser Arafat ha optato per la pace. Nessuno contesta questa scelta, ma il suo errore e quello di certi dirigenti arabi, è di avere fondato tutta la loro strategia sul negoziato con Israele con il patrocinio degli Stati Uniti- a proposito nessuno parla più di Mosca, co - patrocinante del processo di pace- senza tenere conto d'altri fattori anche determinanti, fra cui una verità consacrata da tutti i movimenti di liberazione nazionale secondo la quale non ha senso nessun negoziato con l'occupante se non ci si appoggia su una resistenza armata.

Presentarsi davanti Barak senza mezzi di pressione, senza una lotta popolare, è come andare davanti alla capitolazione ed è questo che vuole Israele. La doppiezza di Barak è evidente. Lo diceva in modo crudo anche Netanyahu, egli si muove sotto le apparenze del moderato, ma in realtà è rimasto quello che è sempre stato: un Sionista dal passato terrorista.  

Ultimamente, un giornale americano ha pubblicato un articolo che mostrava l'arroganza del Primo ministro israeliano e il disprezzo nel quale tiene i palestinesi e gli arabi, la lettura di questo articolo farà perdere ogni illusione a coloro i quali credono ancora alle "colombe" laburiste.

Ad un certo momento, il gioco di Barak è sembrato prevalere, ma per fortuna la gioventù palestinese, che oggi tiene alto l'onore degli arabi, ha infranto questo gioco.

Ora che è emerso il nuovo dato e che niente sarà più come prima, la tappa futura sarà di un'importanza capitale, e spetta ai palestinesi e agli arabi gestirla con successo.

Intanto, per ciò che concerne i Palestinesi, appare evidente che la nuova tappa esige una strategia diversa, non più un ritorno ai discorsi radicali degli anni '70, ma una strategia di lotta che mette a frutto le conquiste politiche e diplomatiche, mantenendo la pressione sul terreno fino a quando l'occupante non avrà ceduto e, come si è recentemente visto nel Libano del Sud, può cedere.

Questa strategia necessita di una ri-mobilitazione dei palestinesi in un quadro democratico che accetti l'espressione delle differenze i cui apporti possono arricchire il movimento.

I Paesi arabi devono anche loro rendersi conto che la politica che hanno seguito dopo la guerra del Golfo può portare, nel tempo, a un passaggio di tutta la regione sotto uno statuto di semi-protettorato israeliano.

La ripresa è necessaria per un superamento dei conflitti e degli interessi a corto termine, per una presa di coscienza delle sfide e dei doveri dei paesi arabi: senza questo, si allargherà il fossato fra i dirigenti arabi e i loro popoli, e ciò costituirà l'occasione sognata dagli estremisti di tutte le risme.

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Numero 8 - ottobre 2000

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